

A cura di Antonella Ciurlia (Psicoterapeuta e Didatta IPR)
Ci sono film che si possono guardare come storie di famiglia e altri che, soprattutto per chi lavora come psicoterapeuta, diventano una sorta di osservatorio clinico. Sentimental Value (2025), del regista norvegese Joachim Trier, si colloca in questa seconda categoria: più che raccontare semplicemente una famiglia, permette di entrare nel territorio complesso dei legami, delle ferite non elaborate e delle eredità emotive che passano da una generazione all’altra.
Guardare il film dopo aver letto l’appassionante libro di Galit Atlas, L’eredità emotiva (2022), mi ha convinto che la pellicola fosse la naturale trasposizione cinematografica del romanzo.
Ci sono famiglie in cui il passato non viene raccontato, eppure continua a parlare. Lo fa attraverso i silenzi, le distanze, le reazioni sproporzionate, i ruoli che ciascuno assume senza averli scelti, il sintomo.
Il film racconta una famiglia alle prese con il ritorno di un padre, con il peso di una storia vissuta, ma mai veramente condivisa e elaborata, e con la difficoltà di ritrovarsi quando i legami sono stati segnati da ferite antiche. Guardando il film attraverso le parole di Atlas, alcuni comportamenti dei personaggi acquistano una profondità diversa. Quello che potrebbe sembrare soltanto un conflitto tra padre e figlie può essere letto come il risultato di una catena di esperienze emotive che attraversa le generazioni, quello che potrebbe essere letto come un sintomo individuale ha le sue radici profonde nel trauma familiare non elaborato.
Alla luce delle riflessioni della Atlas, il film apre una domanda centrale per il lavoro terapeutico con i pazienti: quanto di ciò che accade oggi a un individuo o tra i membri di una famiglia appartiene realmente al presente e quanto, invece, è abitato da storie precedenti?
In Sentimental Value, il passato familiare non rimane confinato a ciò che è accaduto anni prima. Entra nelle relazioni attuali. Si manifesta nella difficoltà di incontrarsi, nelle aspettative reciproche, nei tentativi di proteggersi e nelle modalità con cui ciascuno cerca, spesso senza riuscirci, di essere visto dall’altro.
Il libro di Atlas offre una chiave per leggere proprio questo genere di dinamiche: l’idea che possiamo ricevere in eredità non soltanto caratteristiche, valori e ricordi, ma anche paure, conflitti, vergogne, lutti e abusi che appartengono alle generazioni precedenti.
Il valore del film non sta soltanto nella rappresentazione di una famiglia ferita, ma nella sua capacità di mostrare quanto sia difficile cambiare il modo in cui ci si vuole bene. Spesso utilizziamo modalità che abbiamo imparato, anche quando si rivelano inefficaci. E dietro molte incomprensioni familiari può esserci l’incapacità di trasformare un dolore in qualcosa che possa essere condiviso.
D’altro canto, eredità emotiva non significa necessariamente essere condannati a ripetere la storia. Perché l’eredità emotiva, come ogni eredità, non è soltanto ciò che riceviamo. È anche ciò che scegliamo di conservare, trasformare o finalmente lasciare andare.
Ed è forse qui che il film e il libro dialogano nel modo più interessante. Comprendere da dove provengono alcune delle nostre paure e dei nostri automatismi non cancella il dolore, ma può renderlo pensabile. Dare un nome a ciò che prima era soltanto una tensione, una distanza o una sofferenza indistinta apre la possibilità di interrompere una ripetizione.
Questo significa non pensare alla trasmissione transgenerazionale come un destino inevitabile, ma piuttosto una “traccia da esplorare”. Ed il lavoro psicoterapeutico può diventare, dunque, lo spazio di trasformazione: ricostruire la storia, collegare eventi apparentemente separati, dare un significato a emozioni che sembrano appartenere soltanto al presente. Il compito del terapeuta diventa quello di creare uno spazio emotivo in cui possano emergere le connessioni tra le diverse esperienze.
In questo senso, il lavoro con la famiglia è anche un lavoro sulla memoria. Non soltanto sulla memoria degli eventi, ma sulla memoria affettiva: ciò che è stato vissuto, ciò che è stato taciuto, ciò che è stato idealizzato, ciò che è stato rimosso o trasformato in una regola familiare implicita.
In questa prospettiva L’eredità emotiva di Atlas incontra proficuamente la prospettiva sistemico-familiare: il sintomo può diventare una porta di accesso alla storia relazionale.
Dietro ogni comportamento c’è una storia relazionale; dietro ogni distanza può esserci un tentativo di protezione; dietro alcune forme di controllo può esserci la paura della perdita; dietro il silenzio può esserci qualcosa che non ha ancora trovato una forma condivisibile.
Un dolore non elaborato può continuare a produrre effetti anche quando l’evento originario è ormai lontano. Non perché esista una trasmissione automatica e deterministica del trauma, ma perché le esperienze familiari modificano i modi con cui le persone si relazionano.
Nella psicoterapia familiare, trasformare una storia, rinarrandola, significa sbloccare un ingranaggio arrugginito, significa restituire senso, parola, emozione ad un dolore cristallizzato, ad un trauma non elaborato.
Quando una famiglia riesce a ri-narrare la propria storia e a condividerla, non cambia ciò che è accaduto, ma può cambiare il modo in cui quel passato continua a vivere nel presente.
